Flaubert e la sublime Salambò

Gustave Flaubert, circa 1860; carte-de-visite portrait by Étienne Carjat

Gustave Flaubert

Flaubert è un simpaticone. Glielo dicono in tanti: “Gustave, sei proprio l’anima della festa!” I Goncourt sottolineano la sua “spiritosità pesante, cocciuta” e il “riso a singhiozzi, stridulo come quello di un personaggio fantastico”. Organizza “orazioni funebri a persone viventi e facezie grasse che durano ore.” Ed è anche intrinsecamente e ferocemente misantropo, disilluso, avvezzo alla morte e alla corruzione della carne, lui, cresciuto sbirciando i tavoli coi cadaveri dissezionati dal padre e gironzolando tra reperti anatomici assediati dalle mosche. Va in estasi per lo spettacolo della natura, per l’esotismo dei mondi lontani, e al tempo stesso è soverchiato, annichilito dall’enormità del cielo stellato e dei tempi geologici: “cos’è un secolo? Un minuto nella notte”. È dedito a ogni genere di vizio, e ama una donna idealizzata. È un borghese fatto e finito e detesta i borghesi suoi simili. Gustave Flaubert è se stesso ed estraneo a se stesso, al pari della sua ciclotimica letteratura.
Come scrive Lanfranco Binni: “Rispetto alle categorie di riferimento (romanticismo, realismo, naturalismo, simbolismo) è sempre da un’altra parte. Inafferrabile.”

L’opera di Flaubert rispecchia la crisi della cultura borghese ottocentesca, nata storpia e incarnata da vicino dal padre medico, che viene percepita come fasulla e artificiale. (Re)inventando la realtà, talvolta declinandola nel fantastico, Flaubert sembra schernirla per poterla esorcizzare e riscrivere: se nulla è reale, e valori, linguaggi, prospettive filosofiche e sociali sono un costrutto arbitrario, allora si è completamente liberi di usare altri costrutti artificiali allo scopo di generare realtà ulteriori, personali, persino autistiche, che coesistano sia nella forma di intimi rifugi sia di critica rivolta verso l’esterno. Bovarismo? Banale insoddisfazione per la vita quotidiana? Oppure una vivida percezione dell’universo cieco e anonimo e della natura matrigna che apparentano Flaubert ad autori come Lovecraft e Leopardi?

Madame Bovary, c’est moi. È la frase più celebre di Flaubert, anche se non l’ha mai scritta (forse solo pronunciata, ma non è un fatto accertato). Sin dai tempi della scuola, Flaubert è consapevolmente impegnato a generare mondi che lo mettano al riparo dalla realtà. Difficile però che si identifichi davvero nella sua Bovary. Scrive infatti: “Buono o cattivo, questo libro è stato per me un grandissimo tour de force, poiché lo stile, la composizione, i personaggi e l’effetto sensoriale sono lontani dalla mia maniera naturale. Con Sant’Antonio ero a casa mia. Ecco, qui sono a casa del vicino. Per questo non ho trovato nessuna comodità.” (Lettera a Louise Colet, 13 giugno 1852). Nessuna comodità nella casa del vicino, ma il sogno costante di mondi esotici, sublimi, terribili, allegorici e quindi eterni (come, appunto, nella Tentation de saint-Antoine). Le letture del giovane Flaubert, in fondo, sono state tutt’altro che borghesi: Marziale, Cervantes, Rabelais, Goethe, Sade hanno contribuito alla sua formazione molto di più di quanto non abbia fatto quella “merda di collegio” (queste sì, sono parole sue).

Alfons_Mucha_-_1896_-_Salammbô

Alfons Mucha, Salammbô, 1896

C’è il dolce sapore delle illusioni e quello amaro della disillusione, che coesistono, paradossali, simili al gatto di Schrödinger nella scatola chiusa, oppure ai personaggi dell’Educazione sentimentale, Madame Arnoux e Frédéric, coi loro pedanti conflitti tra ragione e sentimento. Solo l’Arte è reale, in quanto “consapevolezza estrema della totalità dell’universo” come scrive ancora Binni. L’Arte è l’anima che dà senso all’esistenza stessa di un mondo fisico. Senza di lei, tutto crolla tra le ombre della disperazione generata dal nulla. Flaubert lo scopre una volta per tutte, tornando dal suo primo viaggio in Oriente, al cospetto del Partenone. Questo improvviso slancio che ha del mistico, dà la stura, sempre per paradosso, a Madame Bovary e alla sua “sete di assoluto” destinata alla delusione più cruda. Perché l’assoluto senza consapevolezza è l’universo senza Arte: nella migliore delle ipotesi provoca una morte lenta da avvelenamento autoinflitto.
Ancor più paradossale è il destino del romanzo, che per Flaubert rappresenta anche una parziale e per certi versi forzata adesione al realismo e alle mode letterarie del momento: nel dicembre del 1856 autore ed editori vengono accusati di “delitti di oltraggio alla morale pubblica e religiosa e ai buoni costumi”. Afflitto, deluso e nauseato dall’enorme lavoro svolto e dalle sue conseguenze, Flaubert decide di rifugiarsi in un Partenone letterario, che segnerà un prolungato abbandono del mondo moderno, “che mi stanca rappresentare quanto mi disgusta vedere.” La realtà viene defenestrata. Sta per nascere Salambò.

È un’esplosione creativa senza precedenti, per lui. Nessuna imparzialità, nessuna pretesa di descrivere l’esistenza, ma montagne russe dell’inconscio, tra vette celesti e infernali strapiombi. Una gestazione durata oltre un anno, immerso come un pesce abissale in un oceano di libri e ricerche, che infine lo porta nuovamente in Oriente, sino a quella Cartagine imponente e glorioso teatro del romanzo. La storia è un mero pretesto per una sarabanda allucinogena e delirante: la rivolta dei mercenari dopo la Prima Guerra Punica, di cui le tracce storiche sono così labili da offrire all’immaginazione dell’autore carta bianca. Il risultato è materia letteraria cruda e palpitante, carne febbrile che freme di ancestrali impulsi, e che splende di oro e cremisi, di argento e scintillanti scaglie di serpente; sono gemme preziose incastonate nella materia più putrida, un immenso gioco pirotecnico che incendia, divampa e distrugge ogni cosa.

…calpestati dai vivi, i feriti erano ammucchiati alla rinfusa tra i cadaveri e i moribondi. In mezzo a viscere fuoriuscite, a cervelli sparsi, a pozzanghere di sangue, i corpi calcinati formavano delle macchie nere…”

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Gustave Moreau, Les Filles de Thespius (dettaglio), circa 1853

Ogni pagina, ogni frase di Salambò è degna di un quadro di Gustave Moreau. Stessa oscurità nello sfondo, stessa luce sferzante in primo piano. Tre esse imprimono il loro marchio ovunque: Sublime, Sensualità, Sadismo. “Si comincia a sentir puzza di bambino bruciato. Baudelaire sarà contento!” scrive a un amico. È un romanzo che alterna senza un attimo di tregua visioni meravigliose ad altre agghiaccianti, e che non ci risparmia nulla: voyeurismo, tortura, macelleria di uomini e animali, cannibalismo e via dicendo, tutto narrato senza quei “filtri” di autocensura che sono stati consigliati a Flaubert dopo l’affaire Madame Bovary. Non mancano neppure suggestioni cosmiche degne di C.A. Smith o del maestro di Providence:

Prima degli Dei, c’erano soltanto le tenebre, e un soffio aleggiava, torpido e indistinto come la coscienza di un uomo quando sogna. Il soffio si rapprese, creando il Desiderio e la Nube, e dal Desiderio e dalla Nube uscì la Materia primitiva. Era un’acqua lutulenta, nera, gelida, profonda. Racchiudeva mostri insensibili, parti incoerenti delle forme nasciture, ora dipinte sulle pareti dei santuari.”

Oppure la maestosità del colossal:

A un tratto egli vide all’orizzonte, dietro Tunisi, come una nebbiolina che indugiava sulla terra; poi si innalzò, diventando una grande cortina di polvere grigia, e tra i turbini di quella massa compatta comparvero teste di dromedari, lance, scudi. Era l’esercito dei Barbari che marciava su Cartagine.”

L’esplosiva alchimia di violenza ed esotismo conquista il pubblico sin dalla prima pubblicazione, nel novembre del 1862, e Salambò è un successo. Per converso, tranne rare eccezioni, la critica è fredda se non apertamente ostile: la mancanza di realismo, i personaggi stilizzati che si muovono come burattini, l’ambientazione troppo fantasiosa… niente di tutto questo va bene. Dov’è la penuria del quotidiano in tutto quello sfarzo? Come osa questo scrittore parlare di cose lontane, intangibili, inattuali? E su Flaubert piovono gli strali che ogni scrittore di letteratura fantastica conosce fin troppo bene.
Quindi, ancora una volta contraddittorio e inafferrabile, Flaubert prosegue la propria carriera con la riscrittura integrale dell’Educazione sentimentale, allora ancora inedito (la versione del 1845 verrà pubblicata soltanto postuma, nel 1910). Ovvero un romanzo che torna alla contemporaneità e al realismo intriso di noia e tristezza. La critica lo stronca con una ferocia che nemmeno Salambò aveva suscitato (come a dire: “non ti perdoniamo, scellerato. Sei andato troppo lontano con quella Salambò, e ora restaci!”). Il pubblico ne è completamente spiazzato, scuote il capo, e ovviamente non compra il libro.
Ma niente arsenico, questa volta, per Madame Bovary. I risvolti saranno diversi, e ne parleremo in un’altra occasione.

Ogni appassionato del Trono di Spade e altra fantasy iperviolenta dovrebbe leggere obbligatoriamente Salambò, anche solo per constatarne la valenza seminale. Ma, oltre alla strabiliante crudeltà di cui tutto il libro è pervaso, ci sono ben altri i motivi che ne fanno una lettura irrinunciabile. Uno su tutti: la bellezza immensa che riesce a esprimere, l’energia pittorica di un mondo interamente inventato che prende vita, pennellata di parole dopo pennellata di parole, sino a diventare più reale della realtà stessa. E anzi finendo con l’invaderla, rendendo il lettore affamato di nuove meraviglie, nuovi ori, nuovi profumi, nuove spezie e nuove danze della protagonista che dà il titolo al romanzo. salambò garzanti
Si dice che l’imperatrice Eugenie, moglie di Napoleone III, abbia letto Salambò in una notte soltanto. Non stento a credere che sia vero.

Ps: Un sentitissimo consiglio. La mia prima esperienza con Salambò è stata minata da una deprecabile traduzione in fantaitaliano “anticato”, verosimile quanto un mobile Ikea del Settecento. Mi permetto quindi di consigliare l’edizione Garzanti con la meravigliosa traduzione di Elina Klersy Imberciadori per non incorrere nel medesimo fastidio (le citazioni presenti in questo post sono appunto tratte di lì).

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