Erotismo e fotografia: il caso di Alfred Cheney Johnston

Ziegfeld Model - Risque - 1920s - by Alfred Cheney Johnston

Una ballerina delle Ziegfeld Follies, fotografata da Johnston intorno al 1920

L’erotismo in fotografia è come certi cocktail apparentemente facili da preparare, ma che è difficile bere con soddisfazione. Ordino il mio amato Bloody Mary sempre con una certa cautela, perché spesso mi viene servita una specie di sciacquatura dal vago retrogusto di pomodoro, liquidissima, con troppa vodka oppure semi-analcolica, con un eccesso di Worcester oppure ingredienti fantasia scelti dal barman in vena di improvvisazioni. Ecco: l’erotismo fotografico mi fa lo stesso effetto. Sembra che chiunque, disponendo di una reflex e di una modella (o di un modello) compiacente, possa realizzare scatti artisticamente osé, degni di vincere concorsi ed essere pubblicati su riviste patinate. Eppure, nella vita, mi è capitato raramente di imbattermi in fotografia erotica degna di essere tramandata alla posterità (esattamente come di bere dei Bloody Mary ben preparati).
Chiarisco subito alcuni miei preconcetti di base, dato che non ho alcuna intenzione di spacciare le mie considerazioni come “oggettive”. Ognuno ha i suoi gusti e, dato che parliamo di erotismo, l’appetibilità del soggetto fotografato gioca un ruolo predominante (per esempio a me è quasi del tutto preclusa la possibilità di apprezzare l’erotismo di un corpo maschile o di una modella eccessivamente tatuata). Insomma: essendo che ogni fotografia è di per sé un feticcio, se non parla al feticista che è in noi attraverso i giusti codici, la scarteremo in partenza. (Oggi c’è anche la tendenza a scartare tutta la fotografia erotica in quanto sessista, ma non ho voglia di perdere tempo a parlare di stupidaggini.) C’è anche un’altra faccenda: essendo la fotografia erotica un ibrido pericoloso tra quella artistica e la pornografia, si tenderà sempre a trattarla con l’imbarazzo che di solito si riserva alla seconda, oppure con l’ipocrisia che spesso accompagna la prima. Una foto di nudo non è per forza erotica, dato che la nudità di per sé non determina necessariamente una carica sessuale; se poi si fotografano corpi un po’ male in arnese, magari in pose sgraziate e in un bel bianco e nero mezzo sfocato, ecco!, quella è fotografia artistica, magari degna del MoMA, ma di sicuro non erotica come qualcuno vorrebbe farci credere (a meno, ovviamente, di non trovare attraenti i corpi male in arnese). Anzi: non solo la nudità integrale non determina la carica erotica, ma spesso la annulla completamente. L’erotismo è un’atmosfera, una promessa, e vive di accessori e situazioni, e non c’entra granché coi centimetri di pelle esposta; non è un caso che in alcune delle fotografie più eccitanti che abbia mai visto la modella fosse completamente vestita.

Alfred Cheney Johnston

Alfred Cheney Johnston

Un caso emblematico di fotografia erotica perfetta, a parer mio, è rappresentato dell’americano Alfred Cheney Johnston (1885-1971). Baso questa mia affermazione su tre evidenze.
La prima: è inconfondibile. Si può benissimo scambiare Helmut Newton per uno dei suoi infiniti epigoni, ma una foto di Johnston si riconosce tra mille (sebbene abbia anch’egli infiniti scopiazzatori, anche contemporanei). L’uso pittorico delle luci, la presenza di certi corrispettivi oggettivi usati con piena consapevolezza artistica (scarpe, collane, drappeggi e trasparenze), l’ordine e la pulizia della composizione derivata direttamente dall’Art Noveau e dal Decò, ogni cosa rende gli scatti di Johnston opere uniche ed esclusive. Come un quadro di Van Gogh o un brano di Ravel possono essere imitate, ma l’originale rimarrà comunque inavvicinabile.

La seconda: Johnston è un artista puro, non un mero tecnico della fotografia. Diplomato nel 1908 all’Accademia nazionale del design di New York, per un po’ cerca di sbarcare il lunario come ritrattista e illustratore, tenta anche la via della grande pittura, insiste e insiste, ma niente. Non ha abbastanza talento. È l’amico Charles Dana Gibson, lui sì artista affermato, a dargli la dritta vincente: Gibson, abbastanza esperto di fascino femminile da creare un prototipo ricordato ancora oggi (la celeberrima Gibson girl) nota gli scatti fotografici che Johnston realizza con la moglie e le modelle dell’accademia, che poi vengono utilizzati come spunti per quadri e illustrazioni, e gli dice: “Ferma lì! È questo che devi fare. Fotografie, meglio se di belle ragazze!”

Mary_Pickford-Ziegfeld

Mary Pickford

Qui entra in scena Florenz Ziegfeld Jr., un astuto impresario dall’aria vispa: ha importato negli Stati Uniti il modello di spettacolo delle Folies Bergère, dando vita alle Ziegfeld Follies. Ed è proprio l’impresario a dare ragione a Gibson: vede negli scatti di Johnston il materiale perfetto per le sue pubblicità e lo assume. Siamo nel 1917. Da quel momento in avanti la carriera di Alfred Cheney Johnston sembra quella di un qualsiasi fotografo commerciale: immortala le meravigliose ballerine di Ziegfeld, ma si offre anche per qualsiasi altro soggetto, dai matrimoni alle pubblicità di automobili. Eppure affronta il proprio lavoro sempre con lo stesso metodo, lo stesso occhio, che è quello del pittore che usa la fotografia, ovvero la luce, per dare forma e sostanza alle proprie idee. È sufficiente osservare bene uno scatto di Johnston per rendersi conto come l’uso di luce e ombra scolpisca letteralmente il corpo della modella, con eccezionali effetti di tridimensionalità ottenuti dalle illuminazioni incrociate. Il ritratto dell’attrice Mary Pickford è un esempio perfetto della tecnica di Johnston: la fonte luminosa è a destra, ed è abbastanza diffusa verticalmente da definire con nitore dal volume dei capelli sino alla forma dei tacchi delle deliziose scarpine. Lo sfondo è nero, e tutta la gamma dei grigi drappeggia il vestito, offrendo all’occhio una gamma sensoriale tattile: dal bustino liscio, con le sue grinze tese sul corpo della modella sino alla vaporosità della sottogonna. I polpacci e le scarpe risultano leggermente sovraesposti: non è un errore, dato che Johnston non solo ci sta sottolineando qualcosa che a lui piace e che effettivamente risulta preponderante nella composizione, e la luce si riflette nello specchio, raddoppiandosi a sinistra con un’intensità solo un poco più lieve, ma sufficiente a trasformare la Pickford in una splendida bambola di porcellana.

johnstonLa terza evidenza è la sensualità. Johnston amava smisuratamente le belle ragazze, e non è affatto difficile immaginarlo a inebriarsi di giovani corpi. Un’altra fotografia emblematica mostra una delle stelline delle Ziegfeld Follies col corpo semi coperto da un drappo nero, la cui funzione è sia di nascondere che di rivelare, sottolineando col consueto uso dei forti contrasti di tono il pallore scultoreo della gamba nuda e della natica. Lo sguardo malizioso della ragazza è un valore aggiunto, in una composizione che di per sé è già un archetipo che richiama un bagaglio artistico che spazia da Mucha fino alle astrazioni dell’Art decò.
Quello di Johnston è un erotismo sofisticato, ricercatissimo, assolutamente non per tutti, che trae energia dalla grande arte tanto quanto dal feticismo per le anatomie vigorose e insieme delicate delle ballerine nonché, come detto, dal gusto per gli accessori. Non eccede mai. Non urla; sussurra all’orecchio ciò che la fantasia dell’osservatore vuol sentire.

Il paradosso è che le opere erotiche di Alfred Cheney Johnston vengono scoperte solo dopo la sua morte. Scatti troppo audaci per essere pubblicati dai bigotti d’oltreoceano, sono conservati in un grande baule, nascosti nella fattoria del Connecticut dove Johnston si trasferisce negli anni ’50, dopo che la Grande depressione e la morte di Florenz Ziegfeld hanno mandato a rotoli la sua carriera. In vita, Johnston ha pubblicato un solo volume di nudi, nel 1937, intitolato Enchanting Beauty: si trattava però di opere ritoccate a aerografo, per “cancellarne le vergogne” e renderle legali, un po’ come facciamo oggi coi bollini o le sfocature per aggirare la ridicola censura dei social media. Quelle contenute nel baule delle meraviglie, invece, sono intonse, e mostrano al meglio tutta la genialità di un grande pittore che usava la macchina fotografica per dar vita ai suoi quadri immortali.

Un’ampia galleria delle opere di Johnston è disponibile su artnet.com.

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