L’arte vitale di Rebecca Léveillé

01

Savage Garden, olio su tela

Uno sguardo femminile che interpreta l’erotismo senza declinarlo nei suoi aspetti più teratologici è merce rara, esattamente come lo è uno sguardo maschile in grado di trasformare l’eros in poesia trascendendo gli elementi più volgari. In entrambi gli sguardi, poi, la tendenza postmoderna (o se vogliamo novecentesca) alla necrofilia pare quasi imprescindibile. Sesso e Morte sono costantemente uniti dal famigerato “declino della civiltà occidentale” che, spalleggiato da disillusioni esistenzialiste e persino dalla biologia (“le due invenzioni capitali dell’evoluzione”), crea allucinanti e allucinati diktat: via il bello dall’Arte! Fuori l’amore! Si scacci la vitalità! Siamo tutti troppo cattivi e delusi, tutti preda del disincanto, per poterci commuovere davanti alla bellezza sensuale. Anzi: chi lo fa sembra non vedere gli abissi vorticanti del Nulla da cui siamo stati generati e verso cui corriamo a rotta di collo.

02

I’Rizza d’Orsay, olio su tela

Il concetto stesso di bellezza è preda di questa necrofilia dilagante. Tralasciando le brutture dell’arte astratta e di quella concettuale, nella stragrande maggioranza dei casi di neofigurativismo (Pop Surrealism, Lowbrow) le figure rappresentate sono preliminarmente private di qualsiasi scintilla vitale. Se non sono cadaveri, sono androidi, fantocci, pupazzi, bambole. Il corpo, quando ancora viene rappresentato in vita, è comunque martoriato oppure lordato di assurdi tatuaggi, nemmeno non avesse in sé alcuna dignità, ma fosse soltanto una tela bianca che ognuno deve personalizzare a modo suo, a costo di essere resa orripilante. La bellezza e la sensualità come ci sono state mostrate da Falero, Toulouse-Lautrec, da Degas e mille altri grandi maestri della pittura appaiono così delle anticaglie. Nell’era della digitalizzazione dell’arte, ogni vitalismo sembra epurato, come un dato perduto nel passaggio da un supporto a un altro; persino i corpi reali, i nostri corpi, vanno resi più simili a oggetti artificiali: bellezza ingegnerizzata, chirurgica, gonfiata, palestrata, circoncisa, un po’ più esotica, un po’ più liscia, un po’ più cosmetica.

Nel penoso scenario contemporaneo, la persistenza di artisti come Rebecca Léveillé deve essere celebrata con gioia. Parlo di persistenza perché la Léveillé è palesemente connessa a un glorioso passato che va da Tiziano all’illustrazione americana della Golden Age, passando per van Gogh, Klimt e la Neue Sachlichkeit; questa parola, “persistenza”, però non inganni, perché ci troviamo al cospetto di un’artista fresca, assolutamente moderna se non addirittura “futuristica” (nel senso che non mi meraviglierebbe affatto se nei prossimi decenni, dopo tanta dittatura del brutto e del moribondo, l’arte finalmente riscoprisse la dignità del bello e del vitale).

03

Snap/Acrobat, olio su tela con foglia d’oro

Quello di Rebecca Léveillé è lo sguardo femminile che interpreta l’erotismo innalzandolo agli aspetti più gioiosi, lirici e commoventi, senza rinunciare a una certa malizia, a un tono speziato, piccante, che annulla ogni traccia di nebbia dell’anima. Cresciuta come illustratrice, col nome di Rebecca Guay, a partire dagli anni ’90, la Léveillé passa alla grande pittura nel 2013, sovvertendo l’ordine a cui è abituata: non più una resa letterale di un contenuto preesistente, ma la fioritura poetica dell’esplorazione individuale. Rimane, come palcoscenico ideale, una pittura narrativa in cui le opere dialogano tra loro.
Nelle prime tele si intravede ancora l’ombra di Rebecca Guay, almeno a livello strettamente stilistico, tanto che l’attribuzione è talvolta incerta. Una fluidità del tratto un po’ manieristica e un giapponismo altrettanto artefatto non cancellano gli indiscutibili meriti delle opere, alcune delle quali assolutamente emozionanti. Nell’insieme formano già un corpus unitario con nitidi corrispettivi oggettivi, che la Léveillé mette definitivamente a fuoco nei lavori successivi, a partire dal 2016, e in cui ci parla delle influenze culturali che tutti subiamo. Questi stereotipi vengono però smantellati dall’artista, e poi ricostruiti buttando via qualcosa, recuperando qualcos’altro, scambiando pezzi, mode e feticci. Ed ecco i volti sorridenti, così rari in pittura (degni di un eretico puntualmente espulso da qualsiasi consesso di Grande Arte, ovvero Gil Elvgren) che si accompagnano a corpi vivi e voluttuosi; i mutandoni della nonna che si giustappongono spudoratamente alle décolleté con la suola rossa di Louboutin; le parrucche degne di Fragonard a cui fanno da contrappunto divertito e provocatorio oggetti di uso comune e richiami alla cultura pop; il decorativismo Art Noveau che muta in forme lovecraftiane di tentacoli e occhi e fauci, a loro volta private di qualsiasi elemento terrorizzante, anzi rese simbolicamente fraterne e fertili, rappresentanza mitologica della natura non antropomorfa. Il mito, in fondo, è uno degli elementi centrali dell’opera di Rebecca Léveillé, presente in qualità di sottotesto anche nella serie più recente, “The End of Love”, dove dal presupposto iniziale di “delusione amorosa” l’eterno femminino si muove di slancio rivendicando tutto il proprio potere, rivitalizzandosi invece che avvizzire, trascendendo l’oggettivazione strettamente maschile e manifestandosi nella piena consapevolezza di sé. E tutto questo senza dichiarare nessuna “guerra dei sessi”, ma unendo invece che dividere, abbracciando invece che divincolarsi.

04

Summer Sisters, olio su tela con foglia d’oro

L’abbraccio è uno degli elementi più presenti nelle tele della Léveillé, e ci viene riproposto spesso, sin dalle opere del 2013. Sembra voler raffigurare un ideale di amore perfetto, poiché in esso coesistono tutti gli elementi fondamentali dell’unione tra due esseri umani; è fraterno, rassicurante, eppure lascivo e sessuato, e trasmette calore materno esattamente come una prorompente carica erotica che talvolta esplode in fantasmagoriche eiaculazioni floreali. Siamo in presenza di un’evoluzione sensoriale persino ai sacri “Baci” di Hayez e, soprattutto, di Klimt, perché la Léveillé non scimmiotta nessuno, non cerca di ottenere un risultato mescolando artificiosamente le emozioni come i colori sulla tela; è troppo palese il suo sentire profondo, il suo trasmettere la sensualità con autentico slancio vitalistico e appassionato. Lo stesso slancio che si manifesta anche attraverso l’avvolgente e accogliente matericità delle sue opere, indiscutibile antitesi dell’algida, asettica, monotonia del digitale. Quadri letteralmente burrosi (e l’eventuale associazione mentale ad Alberto Burri calza sorprendentemente a pennello), col colore ad olio usato in quantità voluttuosa, con lo splendore della foglia d’oro di cui le riproduzioni non possono rendere giustizia, con la graffite che rende così nette e vigorose le linee. Una potenza di colori e densità corpose che squilla sulla tela, ma senza mai sottomettere la centralità delle figure, semmai rafforzandole, rendendole reali, quasi una lezione di certo astrattismo finalmente restituita a più degni scopi.

Mi sento quindi di ringraziare Rebecca Léveillé, perché ha il coraggio di donare al mondo scintille di dolce e profonda bellezza. (E davvero mi auguro, anzi prego, che influenzi intere generazioni di nuovi artisti. Sarebbe meraviglioso.)

Rebecca Léveillé attualmente vive nel Massachusetts col marito e la figlia.
Questo il suo sito: www.rleveille.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...