Ulysse Bonamy: le vere origini

In risposta al simpatico articolo che Mario Gazzola mi ha dedicato su Posthuman.it, nel quale si parla del mio “ultimo nato”, Ulysse Bonamy, ho pensato di fare qualche precisazione, nella speranza di chiarire un poco le origini del personaggio.

GAL_4Massimo rispetto per Alan Moore e per il suo John Constantine, che però non risulta né tra le mie letture preferite né, tanto meno, tra le mie fonti di ispirazione. Lo è invece il personaggio interpretato da Alain Delon in Che gioia vivere di René Clément, del 1961. Ulisse Cecconato, così si chiama (no, non è un caso), è un giovane spiantato, raccontaballe, seduttore, trasformista, una testa calda capace di cavarsi d’impaccio con rocambolesca abilità. La pellicola di Clément è ambientata nel 1921, ovvero sempre negli Anni Ruggenti (se non avete mai visto il film, cercatelo: merita una visione anche solo per l’improbabile anarchico bombarolo ungherese immortalato da Ugo Tognazzi).

strange_norrell_5Ma Ulisse Cecconato non è un mago. Per l’aspetto più strettamente “fantastico”, mentre scrivevo, mi tornava spesso in mente il Jonathan Strange di Susanna Clarke, al quale Ulysse Bonamy ha finito anche col somigliare un po’ sul piano strettamente fisico (o meglio, ha finito col somigliare a Bertie Carvel, l’attore che ha interpretato Strange nella miniserie BBC). Avendo amato alla follia il romanzo Jonathan Strange & il signor Norrell, con la sua magia in fondo così pragmatica, sovrannaturale ma MAI sovraumana (almeno nei fini), un certo DNA della Clarke era già penetrato nella Casa delle conchiglie, ma in Ulysse Bonamy ha trovato ancora più spazio. C’è poi una terza fonte di ispirazione, che dovrei forse citare come prima: il Simon Templar di Sir saint2Roger Moore. Proprio guardando un episodio del Santo mi sono detto… e se mettessi un personaggio di tal risma in un contesto fantastico? Se lo dotassi di mezzi impropri, ma al contempo cercando di mantenere il brio semiserio di avventure che non vogliono traumatizzare nessuno, ma intrattenere e magari strappare qualche risata?

cazMario, poi, mi apparenta ad Alan Moore anche per il fatto di, cito, “far girare sulla sua giostra personaggi di fantasia inframezzati da figure storicamente esistite in un’epoca dettagliatamente dipinta”. Ovvero quello che fanno un po’ tutti dai tempi di Alessandro Manzoni e del suo Cardinale Borromeo. Una curiosità, già che ci siamo: gran parte dei luoghi delle avventure di Ulysse Bonamy esiste davvero e potete facilmente scovarla facendo una passeggiata per Parigi. Certo, magari non troverete un ristorante algerino, ma un negozio di chitarre. Però il ristorante del romanzo si chiama la Guitare Enchantée

vieAltra parentela che, ahimé, non posso confermare, è quella legata alle copertine. Mario mi cita tal Lost Girls, che purtroppo non conosco. In realtà ho portato la creatrice delle copertine, Elena Nives Furlan, sull’orlo dell’esaurimento nervoso chiedendole artworks che riproducessero in modo mimetico quelle della mitica Vie Parisienne, soprattutto se firmate da Chéri Hérouard. Hérouard e la Vie Parisienne sono un po’ una mia fissa da anni, e vengono citati anche nella Casa delle conchiglie. La rivista ebbe la sua epoca d’oro proprio dopo la Prima Guerra Mondiale, e veniva smerciata sottobanco anche tra i puritanissimi angloamericani (sì, gli stessi che poi la scimmiotteranno in tante celebratissime cover “weird”). Impossibile individuare copertine migliori. Di qui ad agganciarmi a un filone ugualmente angloamericano, però, ce ne passa. Ma tipo un chilometro e mezzo. Forse anche due.

Su Fu Manchu, invece, mi inchino dinanzi all’interpretazione di Mario Gazzola, che stavolta fa centro. Il “cattivo” è stato smascherato! (Avrei molto altro da dire sul fatto che nelle mie storie ci siano, effettivamente, dei cattivi, o su quello che il “mood ironico e salottiero” mi precluda l’orrore lovecraftiano, che in realtà mi interessa più o meno come una slogatura della caviglia, ma ne riparleremo dopo il secondo e il terzo, strano, caso di Ulysse Bonamy). ;)

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